Nel 2016 Nick Jonas sale sul palco degli ACM Awards per suonare un assolo durante “Peter Pan” di Kelsea Ballerini. Il passaggio non va come previsto. Qualche anno più tardi, parlando di quella serata nel podcast Armchair Expert, racconterà di aver provato il brano moltissime volte e di essersi sentito sicuro prima dell’esibizione. Poi, durante il solo, una nota sbagliata e un vuoto improvviso.
La cosa interessante non è giudicare quell’assolo, ma il modo in cui Nick Jonas ha descritto l’accaduto: l’errore lo ha segnato molto più di quanto si sarebbe aspettato. È un caso estremo, perché parliamo di una performance televisiva seguita da milioni di persone, eppure la domanda che solleva è familiare a molti chitarristi: com’è possibile che una parte suonata bene decine di volte diventi improvvisamente difficile davanti a un pubblico?
L’ansia da palco ha certamente un ruolo, ma non spiega ogni imprecisione. Spesso il problema nasce dal modo in cui ci prepariamo: conosciamo la parte, ma non abbiamo allenato abbastanza le condizioni nelle quali dovremo suonarla.
Una buona prova non è una garanzia per il concerto
C’è una differenza sostanziale fra riuscire a eseguire un assolo e riuscire a eseguirlo al momento giusto. Nello studio individuale possiamo fermarci, ripartire due battute prima e ripetere la frase finché non ci convince. Nelle prove con la band, se un ingresso non funziona, spesso lo sistemiamo immediatamente. Durante il concerto non c’è questa possibilità.
Per questo considero poco indicativo il classico «adesso viene perfetto» dopo cinque tentativi. Mi interessa molto di più capire se quel passaggio riesce al primo colpo, magari dopo aver suonato venti minuti di scaletta. È una verifica meno gratificante, ma racconta meglio quanto il brano sia pronto per il palco.
Una prova concreta: scegliete i due brani che vi mettono più in difficoltà, inseriteli in una mini-scaletta e suonateli senza interruzioni, anche se sbagliate. Registrate tutto, con un telefono o con il mixer, e riascoltate soltanto dopo. Se un assolo funziona solo quando lo isolate dal resto della serata, avete individuato su cosa lavorare.
L’ansia da palco non resta nella testa: si sente anche nelle mani
Chi suona la chitarra conosce bene il ruolo della tensione muscolare. Basta stringere il plettro un po’ più del necessario per cambiare l’attacco; irrigidire il polso o premere troppo con la mano sinistra può rendere più faticoso un passaggio che, a casa, scorre senza problemi. La tensione non riguarda soltanto la velocità: può influire su dinamica, articolazione e intonazione dei bending.
Non è solo un’impressione. In uno studio pubblicato nel 2009 su 18 pianisti esperti, i ricercatori hanno confrontato le risposte durante una prova e una situazione competitiva, rilevando in quest’ultima maggiore ansia e cambiamenti nell’attività muscolare. Lo studio non parla di chitarristi, ma è utile per ricordare che la pressione può avere effetti fisici misurabili.
Durante lo studio, provate un esercizio semplice: suonate una frase che conoscete, fermatevi e osservate quanta forza state usando per tenere il plettro e premere le corde. Ripetetela cercando di eliminare la pressione superflua senza perdere precisione. È una sensazione da imparare a individuare prima di un concerto, non soltanto mentre siete già sul palco.
Quando pensiamo all’errore, smettiamo di ascoltare il brano
Ho capito quanto un errore possa condizionare tutto il resto dell’esecuzione durante il mio ultimo anno di conservatorio. Dovevo sostenere l’ultimo esame di chitarra e una delle possibili prove prevedeva l’esecuzione di una parte orchestrale per chitarra, scelta fra quattro o cinque alternative. Le avevo studiate tutte con attenzione. Dal punto di vista tecnico erano anche più semplici di molta della musica che suonavo abitualmente. Insomma, mi sentivo preparato.
Cominciai a suonare e, nelle prime tre note della partitura, ne sbagliai una. Il problema, però, non fu quella nota: fu tutto quello che successe dopo. Continuavo a ripensare all’errore, anche mentre cercavo di andare avanti. Più ci pensavo, meno riuscivo a concentrarmi sulla musica. Alla fine combinai un disastro su una parte che era assolutamente alla mia portata. Uscii dall’esame mortificato, soprattutto con me stesso.
Da quell’esperienza ho cercato di imparare a gestire diversamente l’ansia da prestazione. Non sempre possiamo evitare la tensione, ma possiamo lavorare sul modo in cui reagiamo: provare a usarla per restare più concentrati, invece di lasciare che diventi un pensiero fisso. Non è un interruttore che si accende da un giorno all’altro, e richiede pratica. Mi sono accorto, però, che spesso suono meglio quando smetto di controllare mentalmente ogni singola nota e mi fido di ciò che ho studiato. A volte un pizzico di incoscienza aiuta davvero.
Sbagliare una nota non significa perdere il brano
Una delle performance che vale la pena riguardare è quella di Stevie Ray Vaughan in “Look at Little Sister”, ad Austin City Limits nel 1989. Durante l’assolo si rompe una corda. Vaughan continua a suonare e, con l’aiuto del tecnico René Martinez, cambia chitarra mentre il gruppo porta avanti il pezzo.
È una situazione molto diversa dal semplice errore di nota, naturalmente, e Vaughan poteva contare su un tecnico pronto a intervenire. Ciò che possiamo portarci a casa non è l’idea di dover reagire come lui, ma una priorità musicale: mentre succede qualcosa di imprevisto, la band deve continuare a funzionare.
La chitarra è la stessa, la situazione fisica cambia
C’è una differenza anche fra studiare seduti e suonare in piedi. La tracolla, l’inclinazione del manico, lo spazio disponibile e la necessità di guardare gli altri fanno parte della situazione reale. Un passaggio preparato fissando continuamente la tastiera può richiedere un adattamento quando devi cercare un segnale del batterista.
Harley Benton
Guitar Strap Padded Black
La pedaliera può occupare più attenzione dell’esecuzione
Un suono preparato con cura può essere complicato da richiamare nel momento giusto. All’ingresso del lead magari devi spegnere una modulazione, attivare un drive e aggiungere il delay. Nel frattempo cambia la parte di chitarra e devi capire se il livello è corretto.
La scelta fra multieffetto e pedali singoli riguarda anche questo: quanto è comprensibile e gestibile il sistema mentre stai suonando. Un cambio che sembra elementare quando guardi la pedaliera da fermo può richiedere parecchia attenzione dentro un brano.
A quel punto è facile ricordare soltanto la nota mancata. In realtà, il momento critico potrebbe essere cominciato qualche secondo prima, quando cercavi il comando giusto o verificavi se un effetto fosse acceso.
Per me, ragionare sul setup in funzione del palco significa dare valore alla prevedibilità. Sapere quale suono arriverà e quale gesto serve per ottenerlo lascia meno decisioni aperte durante l’esecuzione.
Un test da fare alla prossima prova
Prima di tornare a studiare l’assolo più veloce della scaletta, proponi alla band un piccolo esperimento. Dedicate una ventina di minuti a una simulazione del concerto:
- Preparate i suoni e la disposizione degli strumenti come fareste dal vivo. Suonate in piedi e concordate prima chi dà gli attacchi.
- Eseguite tre brani di seguito, senza interrompervi neppure dopo una nota sbagliata. Registrate la prova con il telefono.
- Riascoltate la registrazione e annotate un solo problema per brano: un ingresso, un punto in cui non vi sentivate, una parte ancora poco stabile. Alla prova successiva lavorate su quello.
È molto più utile uscire dalla sala prove sapendo che il secondo ritornello tende ad accelerare rispetto a limitarsi a dire che “oggi non girava”. Il problema diventa identificabile e, soprattutto, affrontabile.
Il concerto non deve somigliare alla prova migliore
La domanda, dopo una serata difficile, non dovrebbe essere soltanto «perché ho sbagliato?». Proviamo a essere più precisi: conoscevo davvero bene la parte da suonare? Riuscivo a sentire la band? Mi sono perso per una nota oppure perché ho continuato a pensarci? Le risposte suggeriscono lavori diversi, e non tutti richiedono più ore sul metronomo.
Se dovessi riassumere cosa mi ha insegnato quell’esame, direi questo: non possiamo sempre evitare una nota sbagliata, ma possiamo imparare a non regalarle anche il resto del brano. Tecnica e preparazione restano fondamentali; su un palco, però, conta anche la capacità di continuare a suonare quando qualcosa non va come previsto. Ed è una cosa che vale la pena allenare quanto un assolo.
E a te cosa pesa di più sul palco: il passaggio difficile, il timore del giudizio o un ascolto diverso da quello al quale sei abituato?
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